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DEI VOLGHI PELASGICI

ARMONIE NELLA SToria (1).

I. Se noi ci facciamo a meditare alcun poco i fati dell'umana famiglia traverso alle sue storiche età dal dì ch' ebbe la coscienza di sè stessa e l'estrinsecò in quelli che a noi sembrano i monumenti più antichi delle generazioni trapassate, fino a questo giorno in cui crediamo, e a torto forse, di conoscere tanto del passato, di sapere si certo il presente, d'aver scoverlo con tanta fidanza l'avvenire, presunzioni che meriteranno la compassione de' posteri, come l' avremmo noi di chi ci precorse se si fosse attribuito colanto; se noi, ripeto, ci facciamo a meditare per poco i fati dell' umana famiglia, in mezzo a dubbi d'ogni maniera e a sconforti cui nulla può pareggiarsi, tuttavia ci lusingheremo d'aver trovato faticosamente ma certissimamente alcune verità affatto generali, come a dire che di questa famiglia d'intelligenze che copre la terra i bisogni e le aspirazioni furono, non raggiunte mai, le medesime sempre; che sollo a qualunque cielo, distratta alle latitudini più diverse, essa, l'umana famiglia, ne si rappresenta coi simboli istessi, fra gli stessi palimenti e con fedi che diresti uscite da un sentimento comune a tutte le famiglie dei popoli. Se poi vorremo spogliarci di quelle vane superbie che portiamo di noi stessi e del presente e che furono e saranno sempre proprie di ciascuna umana generazione mentre che vive avvegnachè creda ciascuno d'essere nella lunga catena della vita l'anello più vicino a quell' estremità che farà capo all' ultima delle palingenesi umane - e scevri di pregiudizi presentarci innanzi alla storia ad occuparvi il loco nostro, noi ci accorgeremo ben tosto che le lotte dei tempi

(1) Tale lavoro verrà pubblicato durante il corrente anno a Milano dall'editore Vallardi. Intanto ne presentiamo ai lettori della Rivista Sicula i Prolegomeni interamente spogli di qualunque nota e citazione di testi, onde un'opera di carattere filologico va naturalmente carica più che adorna.

La Direzione.

antichi infuriano tuttavia, che i grandi principi acquistati dall' umanità delle genti attendono ancora il loro regno divino, che le ingiustizie antiche come le credenze e le tradizioni anteriori a qualunque storia ciascuno può vivaci trovarle ancora in sè o nelle moltitudini contemporanee, sì che di troppo somigliano ancora le generazioni nostre a quelle che fra le prime hanno spiralo l' aure di vita; laddove la vanità nostra quasi ad allontanarci vieppiù dal tempo antico e a farci parere indefinitamente progrediti — sognò di attribuire alla storia le tre divisioni d'antica, d'evo medio e di moderna, strappando così all'età di mezzo un periodo lunghissimo che è tutto suo, che non è compiuto ancora e che fra noi stessi conta atleti vinti non domi, perchè sbarattati oggi tornan domani a battaglia più pochi ma tremendi più, come sempre avviene fra genti di convinzioni opposte e per cui non aver regno è spegnersi per

sempre.

II. Ora questa battaglia della vita è dessa particolare a qualche popolo appena, di tanti che coprono la superficie della terra, e, se è così, qual sarà questo popolo? E potè essere sempre il medesimo o mutò anch'esso e si trasfuse in altro? Oppure il travaglio è di tutti i tempi come dei popoli tutti, benchè ciascuno vi partecipi per diverso modo e in grado diverso? A dì nostri parve risoluto il problema quando Federico Hegel colla sua Filosofia della storia facendo di leggieri obbliare tulli che per questa via l'aveano preceduto, s'impose alle menti e fu creduto e professato fino ad oggi nell'Italia nostra, dove pur nacque il creatore della nuova scienza, che insegnò a tutti, che di tutti provò l'ire o l'obblio, ma che sta pur sempre a tutti come stan l'alpi ai granelli d' arena. Appresso quell'entusiasmo diè loco e, speriamo, per sempre, perchè non potrebbe parere più che un settario colui che escludendo dal sistema suo tutto ch' egli non seppe o non potè sapere e stralciando ingenerosamente numerose famiglie di popoli dal campo di questa lotta, solo perchè egli non seppe vedere il nesso onde quelle venivano unite e concomitanti a suoi mondi orientale, greco, romano, germanico, pensò consumati i destini dell' umanità e raggiunta l'ultima espressione della civiltà nel campo della speculazione colla sua Filosofia, nel campo storico colla Monarchia Prussiana. Il problema è dunque ancora di lungi assai dall' essere risoluto e le teorie dell' illustre Alemanno, che pure disconobbe Niebuhr e l'alto conato della scuola sua filologica, teorie che da prima parvero sostenersi sopra immensi studi storici e afforzarsi dell' intuizione schiettamente oggettiva de' fatti, ora non ponno venir riguardate come un reale progresso se non in quanto alla ricerca del vero resta all' umanità una via di meno da percorrere.

III. Eppure anche prima che dalla Galilea o meglio da Alessandria si fosse diffuso quel grido che proclamava una l'umana famiglia c innanzi che le scienze fisiche, le filologiche, le morali avessero contribuito a provarlo, Cicerone fra noi e fra Pelasgi di Grecia Platone ed Aristotele e per solenne modo la scuola stoica aveano già conquistato questa grande verità alla coscienza delle nazioni e trovata la responsabilità di ciascuna per tutte. Noi sappiamo esser vezzo comune a molti scrittori, cattolici e no, di declamare contro le scuole di Grecia e di Roma, per aver accettata ed ammessa la schiavitù, ma oltre che essi ciò fanno per esagerare i meriti del cristianesimo a petto delle civiltà che lo precessero, è pur certo d'altra parte che le scuole di Grecia e di Roma ne dispulavano come d'un falto e non d'un principio e se è vero che Aristotele dedusse da questo fatto l'ultime e più truci conseguenze, è vero anche però, che allorchè le scuole si elevano alle serene contemplazioni del vero dimentiche del mondo di violenze in cui vivono, esse veggon l'uomo nell' inalterabile sua dignità ed uguaglianza, stretto coi suoi simili per comunanza di naturali leggi e dritti e come tutti partecipino di quella mistica città che, grande come l'universo si continua all' infinito. Che se tutti i popoli non sono che una sola famiglia come potrà presumere la filosofia della storia che basti studiarne solo aleuni? Ciascun d'essi non ha forse agito o reagito sovra gli altri? Non attuò forse un periodo qualunque di civiltà? Non lasciò sue traccie nelle generazioni che sopravvissero? O i cicli civili sono falli semplici, solitari ed esclusivamente appartenenti a un unico popolo? Le tradizioni, le istituzioni, le credenze, la lingua nostra non son forse l'attrito di tutti i secoli che ci precorsero? O vi fu interruzione forse e sospensione di vita? Quanto a noi crediamo che le investigazioni della filosofia della storia debbano esercitarsi su tutto lo scibile storico e che principale scopo di questa scienza esser debba di determinare il posto che a ciascuna famiglia di popoli si compete nella storia dell' umanità, di rivelarne il significato, di scoprire quanto può di essa esser sopravvissuto e in chic come venisse in appresso elaborato cotal retaggio; dalla somma di tutti questi parziali risultamenti potrà derivarsi quell' idea suprema che sia fondamento scientifico e rivelazione insieme dell' avvenire. Nel mondo morale, come nel mondo della materia, noi crediamo destruttibile niente, mulabile tutto e come tutti gli elementi in questo si equilibrano per modo da coesistere e perpetuarsi, così noi crediamo fermamente che avvenga nella sfera dello spirito. Un'ingiustizia è uno squilibrio che per legge d'ordine naturale è sempre e fatalmente vendicata; a cotal vendetta l'uomo che non può RIVISTA SICULA, Vol. I.- Gennaio 1869.

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saper tutto, forse non assisterà o non la vedrà si tosto consumata nel processo storico; non pertanto ella avrà avuto luogo, e qui parliamo di individui come di popoli; un mondo d'intelligenze senza questo equilibrio morale, non è neppure immaginabile; anzi, nell' ipotesi nostra, l'equi librio starebbe anche senza che fossero al mondo nè leggi nè tribunali, benchè in tal caso le famiglie dei popoli finirebber forse reciprocamente distrutte. É verità questa balenata già, benchè irriflessivamente ai due più grandi storici d'Italia e di Grecia, e forse determinò ab antico il carattere cupo de' Pelasgi d'entrambe. E per venire a un esempio, chi avrebbe mai pensato di vedere a' nostri di l'enorme ingiustizia che si chiama traffico de' Negri, vendicata per inaudita maniera col sangue stesso de'loro tiranni e su quelle stesse glebe che il Negro vendulo inaffiò del suo sudore e del suo sangue? Tuttavolta nel concetto nostro la necessità ineluttabile dell'equilibrio morale va distinta da quel concetto di cieca necessità che gli antichi e noi chiamiam fato, perchè questo in somma scuserebbe le azioni inique e toglierebbe ogni merito alle buone, quello non esclude l'umana libertà nè scema perciò alle nazioni come agli individui la loro parte di resposabilità nella storia. Ma la stregua a cui verrà misurata questa responsabilità, d' onde la toglieremo noi? Il problema è arduo assai, e finora, se non ci fallisce la memoria, nessuno ha preso a disvilupparlo ed Hegel istesso che sopprime interi popoli e giudica e condanna secondo norme prestabilite, neppure lo sospettò. Noi ci proponiamo di risolverlo più tardi.

IV. È giusto intanto non crederci troppo oltre proceduti ed ammettere come oggetto della filosofia della storia, se è mai possibil qui una valutazione ordinale, l'ultimo de' popoli come l'ultimo degl' individui, perchè le famiglie tutte dei popoli non formano che una sola grande famiglia, in cui ciascuno ha la sua parte di responsabilità in faccia all'avvenire e d alla scienza, perchè ciascuno ebbe campo libero alla libera sua attività. Ora è possibil mai che la filosofia della storia sia un giorno costituita come scienza, se per divenir tale bisogni tanto sapere? In altri termini è mai possibile che venga giorno in cui la storia dell' umanità fia conta intera e nessuno manchi degli anelli che formano la smisurata calena delle storiche successioni? Noi siamo ben lungi dal voler mettere limiti di sorta all'umana intelligenza, tanto più che sotto agli occhi nostri istessi vediamo tutto di crearsi nuove scienze o nuovi ajuti alle scienze; però il mondo è troppo giovane ancora e tempo forse verrà che noi staremo ai successori nostri come sta la barbarie antica a noi. Intanto ferve il travaglio faticoso delle menti e lo studio della creatura umana traverso le tante evoluzioni subite per lanti secoli in tutto che ci rimane di lei

e specialmente l'esame, l'analisi, la storia degli elementi costitutivi delle sue lingue, unico testimonio e specchio della sua civiltà quando ogni altro monumento ne sia venuto meno, questo studio la cui vastità già fu intravveduta da Vico nostro, non fu mai intrapreso e perseguito con tanto coraggio e con tanti mezzi come oggidì, e diresti che la generazione nostra stassi accorata a spiare e far tesoro d'ogni minimo vero che sia conquistato in questo campo, come chi aspetta d'udire il proprio fato. A ogni modo noi non vorremo negare che taluni d'infra tanti popoli sembran quasi destinati rappresentanti dei cicli storici; ma ripetiamo l'osservazione che conoscere il tutto non si può se non si conosce ciascuna delle parti onde esso tutto risulta e che siccome un ciclo civile qualunque è sempre un fatte complesso, noi non potremo aver di esso sufficiente notizia se tutti per singolo non si conoscano i suoi fattori e che alla scienza di cui parliamo altre vie non restano per apprenderlo che o di arrivare per forza d' analisi da quello a questi e da questi ancora complessi ad altri indefinitamente più semplici e remoti fino a che possa spingersi acume d' umano intendimento, oppure discendere da quelle che ne appajono prime tradizioni-appajono, dico, perchè progredendo la scienza, queste verranno allontanandosi e ri. mutando sempre più e per tutte le loro evoluzioni giungere al fatto complesso d'un ciclo storico. I risultamenti che si avrebbero da ciascun d'essi sarebbero insufficiente spiegazione anche d'un sol popolo, ma la somma di tutti sarebbe la storia ideale dell'umanità. Il compito è grande assai, tullavolla si procede sempre e se a petto a Federico Hegel già sono invecchiali tal parola s'intenda nel senso men reo Herder, Condorcet, Ballanche, Federico Schlegel e lo stesso Fichte, di presente sa pur di vieto lo stesso Hegel confrontato alla scuola d' Herbart specialmente negli splendidi risultamenti di Lotze. Pur troppo l'Italia stassi ancora immobilmente afferrata a Vico suo aspettando chi fecondi ed applichi i trovati incredibili di quella mente divina. So che è moda rinfacciargli la ricorrenza de' periodi storici ed ebbe forse il torto di non vedere come però il circolo che si rifà anco si vada indefinitamente dilalando; ma la ricorrenza sta pur sempre finchè l'uomo non sarà altro da quello che sempre fu; così il dilatarsi nel ricorso non esclude il progredimento della specie nostra e noi speriamo di provarlo nel seguito di quest' opera e specialmente in quella parte nella quale prenderemo a studiare i tre tipi precipui dell'umanità dell'occidente nostro.

V. Intanto, tornando al proposito nostro, diciamo che senza escludere come oggetto di studio nessun altro popolo, i conati della scienza potrebbero tuttavia appuntarsi a preferenza in quelli che dalla storia sono de

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